Archivi tag: in evidenza

Jobs act: la nuova disciplina delle dimissioni

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto 15/12/2015 contenente le nuove modalità di comunicazione delle dimissioni e risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, a seguito del D. lgs 151/2015 c.d. Decreto Semplificazioni in materia di lavoro in attuazione del Jobs Act.

Fino ad oggi l’efficacia delle dimissioni era condizionata alla cosiddetta procedura di convalida, ovvero, per rendere efficaci le proprie dimissioni, il lavoratore doveva, alternativamente:

  • sottoscrivere in calce la ricevuta di trasmissione della comunicazione di cessazione del rapporto di lavoro;
  • procedere alla convalida presso le sedi competenti:

In mancanza di convalida o di sottoscrizione della dichiarazione, il datore di lavoro che volesse rendere efficaci le dimissioni, doveva trasmettere al lavoratore – entro 30 giorni dalla data delle dimissioni – un invito scritto a presentarsi presso le sedi competenti per la convalida o ad apporre la sottoscrizione.

A questo punto potevano presentarsi le seguenti situazioni:

  • il datore di lavoro non provvedeva, nel termine dei 30 giorni, a trasmettere al lavoratore l’invito: le dimissioni erano definitivamente prive di effetto;
  • l’invito veniva recapitato nel termine dei 30 giorni. In tal caso, entro 7 giorni di calendario dalla ricezione dell’invito, il lavoratore poteva:
    • non aderire all’invito del datore di lavoro: il rapporto di lavoro si intendeva definitivamente risolto con effetto dalla data delle dimissioni;
    • aderire all’invito del datore di lavoro e convalidare le dimissioni (presso le sedi competenti o firmando la dichiarazione): le dimissioni acquistavano efficacia definitiva e il rapporto si risolveva con effetto dalla data delle dimissioni;
    • revocare le dimissioni: in tal caso il rapporto di lavoro si ripristinava.

Con la nuova procedura, per effetto dell’art. 26, comma 8 del decreto legislativo n. 151 del 2015, che entrerà in vigore il 12 marzo 2016, le dimissioni e la risoluzione consensuale potranno essere comunicate esclusivamente in via telematica.

Il mancato utilizzo dei moduli ministeriali determina l’inefficacia delle dimissioni o della risoluzione consensuale.

Il lavoratore potrà procedere personalmente (caso 1) oppure per mezzo di soggetti abilitati (caso 2).

Caso 1

  1. il lavoratore deve essere in possesso del PIN dispositivo dell’INPS, in caso contrario dovrà richiederlo
  2. il lavoratore deve creare un’utenza, se ancora non in suo possesso, per l’accesso al portale www.ClicLavoro.it
  3. a questo punto il lavoratore, può accedere tramite il portale www.lavoro.gov.it al form on-line per la trasmissione della comunicazione (oppure ad un modulo precedente inviato per la revoca);
  4. una volta compilato e generato, il suddetto modulo di dimissioni o risoluzione consensuale dovrà essere inviato via PEC al datore di lavoro e alla Direzione territoriale del lavoro competente;

Caso 2

In questo caso il lavoratore, senza essere necessariamente in possesso di PIN dell’INPS o accesso al portale www.cliclavoro.it, potrà comunicare le dimissioni o la risoluzione consensuale tramite uno dei seguenti soggetti:

  • Patronati;
  • Organizzazioni sindacali;
  • Enti bilaterali;
  • Commissioni di certificazione (di cui art. 76 del D.L.vo n. 276/2003).

Restano fuori, dal campo di applicazione della presente norma, il lavoro domestico e le dimissioni o la risoluzione consensuale disposta nelle sedi conciliative (art. 2113 c.c., 4° comma e Commissione di certificazione).

Infine la convalida delle dimissioni e la risoluzione consensuale delle lavoratrici madri e lavoratori padri deve essere fatta secondo le modalità previste nella Circolare prot. n. 22350 del 18 dicembre 2015 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Tale procedura per la trasmissione del modulo per le dimissioni/risoluzione consensuale e loro revoca, garantisce, in particolar modo:

  • il riconoscimento certo del soggetto che effettua l’adempimento (controllo, necessario al fine di prevenire dimissioni o risoluzioni poste in essere da soggetti diversi dal lavoratore)
  • l’attribuzione di una data certa di trasmissione alla comunicazione (ciò per porre fine al diffuso fenomeno delle “dimissioni in bianco”: si tratta della prassi con cui, alcune aziende, fanno sottoscrivere al lavoratore, già all’atto dell’assunzione, una lettera di dimissioni senza data, in modo tale che il datore la potrà tirare fuori dal cassetto e datarla non appena intende licenziare il dipendente, facendo passare l’atto come un volontario atto di dimissione);

Autotutela Amministrativa

L’autotutela amministrativa può essere definita come quel complesso di attività con cui ogni Pubblica Amministrazione può risolvere i conflitti, attuali o potenziali, eventualmente insorgenti con soggetti interessati dai suoi provvedimenti, senza che sia necessario l’intervento di un giudice.

La sua ratio sta nel potere di intervenire unilateralmente su ogni questione di propria competenza che l’Ordinamento riconosce ad ogni Pubblica Amministrazione.

L’autotutela amministrativa mira al perseguimento dell’economicità, efficacia e trasparenza, nonché al perseguimento dell’interesse pubblico.

Essa ha lo scopo di verificare la legittimità e l’opportunità dell’azione amministrativa della P.A. al fine di conseguire minori oneri finanziari e quindi risparmi per le Amministrazioni pubbliche.

Per tali motivi, l’INPS ha sottolineato l’importanza di una valutazione tempestiva di eventuali decisioni errate e/o illegittime, prevedendo la facoltà di adottare provvedimenti definitivi pienamente efficaci in sede di riesame.

Infatti, il Consiglio di Amministrazione dell’Istituto con Deliberazione n. 275 del 27 settembre 2006 ha approvato il “Regolamento recante disposizioni in materia di autotutela”.

Il Regolamento si allinea con le disposizioni della legge 7 agosto 1990, n. 241 e successive modificazioni, e con la Direttiva del Dipartimento per la Funzione Pubblica del 17 ottobre 2005 in materia di annullamento d’ufficio.

Tale Regolamento disciplina, con la circolare 146/2006, tuti i procedimenti amministrativi istituzionali, attivati d’ufficio o su istanza di parte.

Il ricorso all’autotutela trova la propria disciplina all’art. 21-nonies l. 241/1990, nel testo modificato dalla l. 15/2005 e reso di portata più ampia dall’art. 1, comma 136, l. 311/2004.

Le disposizioni di legge citate hanno previsto le modalità per l’annullamento d’ufficio di provvedimenti amministrativi illegittimi “anche se l’esecuzione degli stessi sia ancora in corso”.

L’esercizio dell’autotutela rappresenta un importante strumento finalizzato ad evitare o a eliminare vizi ed altre incongruenze di atti e provvedimenti emanati dall’Istituto.

Infatti, i predetti provvedimenti potrebbero essere viziati da errori materiali, di calcolo, su dati anagrafici o dovuti a mancanza di documentazione, successivamente sanata.

Pertanto, presupposto dell’esercizio dell’autotutela è rappresentato dalla presenza nei provvedimenti definitivi adottati – pur se l’esecuzione degli stessi sia ancora in corso – di elementi che inducano a ritenere viziato l’atto di concessione di una prestazione o di riconoscimento di un diritto.

Il Regolamento nell’art. 1) disciplina le modalità di riesame in autotutela dei provvedimenti amministrativi di competenza dell’Istituto ritenuti illegittimi indicando:

  1. Annullamento d’ufficio: consente la perdita di efficacia, con effetto retroattivo, dell’atto affetto da uno o più vizi di legittimità;
  2. Rettifica: d’ ufficio o su segnalazione di parte interessata, finalizzata ad eliminare negli atti incongruenze derivanti da meri errori materiali o di calcolo, inesattezze o incompletezza della documentazione necessaria per il riconoscimento di un diritto o di una prestazione;
  3. Riesame in sede di precontenzioso: consente di definire una vertenza già avviata, modificando il provvedimento prima della decisione dell’organo competente, al fine di evitare l’ulteriore aggravio della procedura di contenzioso;
  4. Convalida del provvedimento: opera in tutti i casi in cui l’Amministrazione ritenga di dover eliminare vizi e manchevolezze procedimentali per consentire all’atto originariamente adottato di spiegare i suoi effetti.

Il responsabile del procedimento di autotutela è individuato nel Direttore Centrale o nel Direttore della Sede presso cui opera l’unità organizzativa che ha emanato il provvedimento oggetto di riesame.

Il predetto responsabile potrà adottare atti in autotutela solo all’esito di un procedimento che prende avvio d’ufficio o su iniziativa di chiunque vi abbia interesse.

L’atto di avvio del procedimento di autotutela deve essere comunicato ai soggetti nei confronti dei quali il provvedimento finale è destinato a produrre effetti diretti e agli eventuali controinteressati facilmente individuabili.

La comunicazione di avvio del procedimento non arresta né sospende i termini per la proposizione dei ricorsi in via amministrativa o giudiziaria, considerata la facoltà dell’interessato di agire con tutti i mezzi previsti dalla legge a tutela dei suoi diritti o interessi.

Oltre al destinatario del provvedimento e ai cointeressati, hanno facoltà di intervenire nel procedimento gli Enti di Patronato, i soggetti portatori di interessi pubblici o privati, nonché i portatori di interessi diffusi costituiti in associazioni o comitati cui il provvedimento possa arrecare un pregiudizio.

Gli atti di intervento dovranno pervenire in un termine congruo dall’avvio del procedimento e quelli pervenuti in ritardo saranno presi in considerazione soltanto se non ne derivi aggravio nell’iter del procedimento stesso.

I soggetti legittimati ad intervenire nel procedimento possono altresì presentare memorie scritte e documenti che l’Amministrazione ha l’obbligo di valutare.

Il procedimento (art. 5) si conclude con l’emanazione, da parte del Direttore Centrale o del Direttore della Sede, di un provvedimento contenente l’indicazione: dell’Ufficio responsabile, del provvedimento oggetto di annullamento, convalida o rettifica; dell’istruttoria compiuta; della motivazione, con l’indicazione degli elementi di fatto e di diritto che hanno determinato la decisione in autotutela; della prestazione o del diritto riconosciuti o disconosciuti in sede di autotutela; del termine e dell’Autorità presso la quale può essere presentato un eventuale ricorso.

Il provvedimento dovrà essere comunicato all’interessato e agli altri eventuali controinteressati, Enti di patronato, rappresentanti legali, intervenuti nel procedimento.

I termini per la conclusione dei procedimenti, stabiliti tenendo in considerazione la complessità dell’istruttoria, sono:

Per l’Annullamento d’ufficio: non possono eccedere i sessanta giorni dalla data di avvio del procedimento. L’istruttoria deve essere completata entro trenta giorni dalla data della comunicazione dell’avvio del procedimento.

Per la Rettifica: trenta giorni dal ricevimento della proposta o dell’istanza; la fase istruttoria dovrà, dunque, complessivamente concludersi in tempo utile a consentire l’emanazione del provvedimento finale entro il termine di trenta giorni dall’inizio del procedimento.

Per la Convalida: non possono eccedere i sessanta giorni dalla data di avvio del procedimento.

I predetti termini sono da considerarsi finalizzati esclusivamente all’obiettivo, perseguito dalla l. 241/1990, di accelerare il procedimento e di pervenire, nei tempi fissati, all’emanazione del provvedimento finale.

Una concreta e corretta applicazione dell’autotutela, potrà consentire all’Istituto di ridurre l’incidenza del contenzioso, amministrativo e giudiziario, relativo a tutte le attività di competenza dell’Istituto medesimo.

Al fine di facilitare il raggiungimento di tale obbiettivo, l’art. 9) del Regolamento di cui sopra ha previsto un presidio di monitoraggio affidato alle Sedi Regionali che effettueranno verifiche periodiche dell’attività di esercizio dell’autotutela, evidenziando le casistiche rilevate e le misure adottate.

La mancata attivazione, per dolo o colpa grave, degli strumenti consentiti dall’autotutela comporterà responsabilità amministrativa e contabile.

Il regime solidaristico nel settore Trasporti

Com’è noto, l’articolo 29, comma 2 del D. Lgs. n. 276/2003 prevede la “responsabilità solidale” del committente con l’appaltatore e con il subappaltatore relativamente alla corresponsione ai lavoratori dei “trattamenti retributivi, comprese le quote di trattamento di fine rapporto, nonché i contributi previdenziali e i premi assicurativi dovuti in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto, restando escluso qualsiasi obbligo per le sanzioni civili di cui risponde solo il responsabile dell’inadempimento “. Ciò entro il limite di due anni dalla cessazione del contratto e fermo restando il diritto di regresso nei confronti dell’obbligato principale).

L’applicazione di tale disciplina generale nel settore dei trasporti su strada di persone e di merci è tutt’altro che agevole, soprattutto in considerazione della molteplicità di figure contrattuali che caratterizzano il settore de quo. A fornire alcuni chiarimenti è intervenuta la Direzione Generale dell’Attività Ispettiva del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali che, con la circolare n.17 dell’11 luglio 2012, ha dettato le istruzioni cui gli ispettori dovranno attenersi, in sede di verifica, al fine di distinguere tra le diverse tipologie di contratto. In particolare, la nota evidenzia che, ai fini della corretta applicazione delle disposizioni di cui al citato articolo 29, comma 2, occorre distinguere tra:

  • contratto di trasporto;
  • appalto di servizi di trasporto;
  • subvezione;
  • spedizione;
  • appalto di servizi;

Per ciò che concerne il contratto di trasporto, in forza del quale il vettore compie esclusivamente le operazioni tipiche del trasporto ed eventualmente quelle meramente strumentali alla sua esecuzione (ad esempio la custodia, deposito, carico e scarico) il Ministero ha ritenuto non applicabile il criterio della responsabilità solidale. Lo stesso dicasi per il sub-contratto di trasporto o subvezione, posto che il fatto che il trasportatore si obblighi al trasporto in prima persona o facendo ricorso a terzi nulla cambia ai fini delle attività e delle modalità attraverso cui verranno rese le prestazioni (cfr. sent. n. 245/2008).

Un altro contratto diffuso nel settore trasporto è quello di spedizione (species del contratto di mandato), attraverso cui un soggetto (spedizioniere) si obbliga a concludere un contratto di trasporto in nome proprio, ma per conto di un altro soggetto. Si tratta di una fattispecie in cui, da un lato lo spedizioniere rimane estraneo allo svolgimento della prestazione e, dall’altro, anche laddove dovesse eseguirla direttamente, varrebbe comunque la disciplina del contratto di trasporto.

Diverso è il caso dell’appalto di servizi di trasporto in forza del quale il vettore si obbliga a trasferire, per un certo periodo di tempo, all’interno di una zona territoriale ben individuata, persone o cose da un luogo all’altro. La differenza con il contratto di trasporto, così come individuata dalla Cassazione con sentenza n. 6160/2009, si rinviene nel fatto che nell’appalto di servizi di trasporto ricorre la “predeterminazione e la sistematicità dei servizi, accompagnate dalla pattuizione di un corrispettivo unitario e dalla assunzione dei rischi da parte del trasportatore”. A quest’ultimo contratto, dunque, secondo il Ministero, si rende applicabile la disciplina della responsabilità solidale ex articolo 29, comma 2 D. Lgs. n. 276/2003, in quanto trattasi di contratto con cui viene programmata una serie di trasporti tra di loro collegati e finalizzati al raggiungimento di un risultato complessivo, cui le parti si sono reciprocamente obbligate con un unico atto, anche oltre il tempo strettamente necessario per il trasporto. Si tratta di prestazioni a carattere continuativo aventi disciplina unitaria, per soddisfare le quali il trasportatore organizza i mezzi richiesti dalle particolari clausole contrattuali. Il dato caratterizzante tali fattispecie è la durata e costanza nel tempo delle prestazioni dedotte in contratto, le quali, “non esaurendosi in sporadiche ed episodiche prestazioni di trasporto, vanno ad integrare un risultato complessivo rispondente alle esigenze del committente”.

Naturalmente, la tipologia di rapporto in essere tra le parti va verificata in concreto, cosicchè la Circolare Ministeriale prescrive che “qualora si riscontri che la prestazione dedotta nel contratto di trasporto, a prescindere dal nomen iuris utilizzato, è consistita in una serie di trasporti collegati al raggiungimento di un risultato complessivo, al quale le parti si sono reciprocamente obbligate, anche oltre il tempo strettamente necessario per il trasporto, al fine di rispondere ad una serie di necessità del committente, eventualmente attraverso la predisposizione preventiva – da parte del trasportatore – di una organizzazione idonea, gli ispettori potranno ritenere applicabile la disciplina del contratto di appalto e, per l’effetto, la norma di tutela di cui all’art. 29, comma 2 del D.Lgs. n. 276/2003”.

Il Ministero esamina, poi, il caso dell’appalto di servizi vero e proprio, ovvero del contratto in cui risulti prioritaria rispetto al trasporto la prestazione di servizi o di altre attività ad essi connessi, che l’appaltatore esegue (verso corrispettivo) avvalendosi in piena autonomia di una propria organizzazione imprenditoriale e con assunzione del rischio d’impresa. In relazione a tale tipologia contrattuale il Ministero ritiene sempre ravvisabile il regime di responsabilità solidale di cui all’art. 29, comma 2, D. Lgs. n. 276/2003.

Da ultimo, il Ministero del Lavoro si è soffermato sul contratto di logistica che, di solito, contempla la gestione del magazzino e le relative operazioni di carico e scarico, nonché il trasporto e le attività di organizzazione e di gestione dello stesso. Sul punto, la Circolare in questione ha ritenuto che “laddove i servizi di logistica non si risolvano in prestazioni meramente accessorie al trasporto o alla spedizione (custodia, deposito, carico e scarico delle merci), ma si traducano in operazioni più complesse e si articolino in molteplici attività ad esso correlate (quali ad esempio lavori di imballaggio, raccolta ordinativi, trasferimento, gestione della conservazione delle merci, deposito, riconsegna a differenti destinatari) viene in rilievo un’articolata prestazione di servizi, rispetto alla quale il committente ed il soggetto prestatore di tali servizi possono essere assoggettati alla disciplina dell’appalto, ivi compreso il regime della responsabilità solidale ex art. 29 comma 2 del D. Lgs. N. 276/2003”.

Alla luce del quadro sin qui delineato emerge con chiarezza come la circolare n. 17/2012 del Ministero del Lavoro, richiamando anche la giurisprudenza formatasi riguardo all’art. 29 d.lgs.vo n. 276/03, escluda l’applicazione di tale norma, allorquando vengano eseguite prestazioni tipiche del contratto di trasporto. Laddove, però, oltre alle tipiche operazioni di trasporto, quali la custodia, il carico, lo scarico delle merci si accerti l’effettuazione anche di attività ulteriori e aggiuntive che esulano dallo schema tipico del trasporto, configurandosi una vera e propria prestazione di servizi, si potrà ritenere applicabile la disciplina dell’appalto, con il conseguente regime solidaristico.

Di seguito la tabella riepilogativa riportata nella circolare ministeriale:

 

Tipologie contrattuali Applicazione ex art. 29 comma 2, D. Lgs. N. 276/2003
Contratto di trasporto NO
Appalto di servizi di trasporto SI
Subvezione NO
Spedizione NO
Appalto di servizi NO
Logistica SI